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Domanda: Pensando alla scuola di Barbiana ed operando con i giovani e i ragazzi di oggi, quei ragazzi che molti studi e ricerche definiscono “ I Millenials”, ragazzi nati tra gli anni ottanta e il 2000, come vedi il ruolo delle tecnologie nel fare scuola oggi?

Risposta: La Scuola di Barbiana è stata tra le altre cose un grande laboratorio di metodologie didattiche; a quei tempi non solo avevamo gli strumenti audio per l’apprendimento delle lingue in lingua madre, ma avevamo anche alcuni calcolatori dell’Olivetti con le prime matrici elettroniche. Barbiana, e il mondo che girava intorno a Lorenzo Milani, era attentissimo alle nuove tecnologie educative. Don Milani rifiutava la televisione in quanto aveva percepito un’unidirezionalità dello strumento: pur non rifiutandolo in modo assoluto – perché certi programmi li vedavamo – rifiutava una logica di una televisione sempre accesa; avevamo invece il cineproiettore. Barbiana era anche un centro editoriale, nell’idea di una scuola che si costruiva da sè, di una scuola che autoproduceva il proprio materiale didattico. Uno dei momenti più significativi della nostra giornata – insieme a quello della lettura del giornale – era quello della corrispondenza. Attraverso la corrispondenza noi entravamo in relazione con tutto il mondo, ormai la rete di Barbiana attraversava gli oceani, arrivando in America latina, alla comunità Ebraica di New York, alle comunità Rom, alla classe di Mario Lodi. C’era una rete continua di contatti e relazioni. Oggi se il priore di Barbiana fosse vivo, pur con tante regole e tanti vincoli, sicuramente ci farebbe utilizzare le tecnologie Web, le stazioni multimediali, la posta elettronica, i forum, i Blog per fare i diari, i Wiki per la scrittura collaborativa, le gallerie fotografiche …

Vengo alla mia esperienza di oggi. Nel centro di coordinamento di attività di supporto alla disabilità, dove io opero, le nuove tecnologie didattiche hanno un ruolo determinante. Con una stazione multimediale collegata alla rete e a tante periferiche abbiamo trasformato l’aula scolastica in un vero e proprio centro editoriale. Che è uno dei presupposti di tutto il movimento cooperativo, da Paulo Freyre a Célestin Freinet.

D: Quali sono le difficoltà maggiori che incontri nella realizzazione dei tuoi progetti, con gli insegnanti, le istituzioni, i ragazzi?

R: Oggi io opero principalmente nella scuola secondaria; qui le metodologie cooperative si possono applicare a costo di un cambiamento radicale nel modello di insegnamento. Se veramente vuoi portare il metodo cooperativo dentro la scuola devi creare i presupposti della relazione, perché non c’è cooperazione senza relazione. Nella scuola media di oggi si sono ridotti per i ragazzi i referenti, si è passati dagli otto ai dodici insegnanti; ed è logico che gli insegnanti lavorino solo con il metodo frontale e si sentano meno impegnati nella relazione con i ragazzi; quando arrivano in classe gli allievi percepiscono che sta arrivando la disciplina (infatti i ragazzi dicono “è l’ora d’italiano”… nessuno dice più “arriva Martinelli!”. E questo fa capire molto di quello che è il disagio nella scuola oggi). Per far questo devi ad esempio modificare la logica della campanella che interrompe in modo fastidioso la lezione, lo puoi fare soltanto se il professore ha il coraggio di dire “io sono in grado di insegnare un’altra disciplina”. Allora se un insegnate insegna più discipline e fa più ore nello stesso gruppo-classe riesce a costruire con maggiore efficacia il percorso di crescita dei ragazzi. Per fare questo ci vorrebbe un sindacato non corporativo che vede più i bisogni del ragazzo e meno i diritti sindacali che in questo caso sono solo una assurdità; e ci vorrebbero anche delle famiglie che escano dalla logica tradizionale e competitiva, (“nella classe A seguono lezioni su argomenti che nella classe B non sono stati ancora affrontati…”). Nella scuola di Barbiana ci si basava sulla qualità e non sulla quantità. Riportato ai giorni nostri questo vuol dire che il tempo va rallentato, se crediamo in una scuola vera dobbiamo applicare un tempo rallentato, ovvero un tempo nel quale ci sia lo spazio per riflettere, per costruire, per coltivare; non solo il tempo per memorizzare cose che poi dimentichiamo subito dopo. Nessuno è in grado di ricordare tutto, lo sappiamo come funziona la memoria umana. Dobbiamo creare delle teste pensanti, come dice Edgar Morin. Creare delle teste pensanti vuol dire abituarle attraverso un lavoro cooperativo a riflettere su uno schema logico comune facendo in modo che chiunque abbia la possibilità in quel determinato momento di portare le competenze giuste ed arricchire la discussione, anche interagendo con persone che sono dall’altra parte del mondo. Non c’è più centro e periferia, tutti possiamo portare il nostro sguardo sulla realtà e costruire una visione migliore e più ampia. Questa è la vera democrazia partecipativa. Non semplicemente sentire tutti ma costruire una visione più ampia sfruttando il contributo di chi ha qualcosa da dire sull’argomento.

Se noi si abituasse i bambini fin da piccoli dentro la scuola a gestire la didattica e la vita attraverso queste modalità si creerebbe quella equipe che dice Frenet, che l’equipe nella scuola deve riflettere l’equipe della vita. Come ricordate, la critica più significativa della Lettera ad una professoressa era quella di una scuola fine a te stessa, cioè astratta, nel non senso, in cui tutto finisce il giorno prima; si studia la storia ma fino al 1950, si studia la geografia ma ancora non si parla della globalizzazione, di tutte quelle problematiche attuali. Questo dovrebbe essere sufficiente per distinguere la buona pratica dalla cattiva pratica e per segnare una modalità in cui le tecnologie Web possono supportare un processo educativo; questo processo – che deve essere cooperativo e di relazione – oggi è sempre più dinamico, sempre più globale, e sempre più si deve avvicinare a dare non solo l’apprendimento e l’acquisizione delle conoscenze ma la capacità di utilizzare gli strumenti della vita e del lavoro. Perché se noi a scuola non impariamo ad utilizzare gli strumenti della vita e del lavoro creiamo degli adulti incapaci di far fronte alla nuova realtà, e quindi rimarremo svantaggiati. Non solo classe di serie B, ma un’Italia di serie B, un continente di serie B.

Bibliografia:

Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, Ega, Torino, 2002

Paulo Freire, Pedagogia dell’autonomia, Ega, Torino, 2004

Edoardo Martinelli, Don Lorenzo Milani. Dal motivo occasionale al motivo profondo, Società editrice fiorentina, Firenze, 2007

Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, Libreria editrice fiorentina, Firenze, 1967

Edgar Morin, La testa ben fatta, Cortina, Milano, 2000